Mario Tamponi Zurück
Copyright © 2018 Mario Tamponi - www.europress-berlin.de
Locomozione tamburina Modernità e tecnologia Tamburo, una cittadina rannicchiata sui pendii del Monzibergo, si gloria delle sue strade scoscese e farcite di curve anche dove un pò di fantasia avrebbe potuto evitarne parecchie. La gente è da sempre abituata a muoversi col cavallo di San Francesco o su somari lenti e scontrosi; appena un anno fa il Comune ha festeggiato l’introduzione di cinque pullman per il servizio interno e il collegamento con le località vicine. Ma come tutti gli altri veicoli motorizzati della regione anche questi non conoscono le frenate soffici e le accelerazioni progressive; per invalicabili limiti tecnici le une e le altre sono fatalmente brusche e sballottanti. E così chi vi sale deve sprofondare nel proprio sedile allacciandosi gambe, busto e testa con cinture da astronauta; chi invece non vi trova posto ha la scelta di viaggiare in piedi o supino sul pavimento o rannicchiato in qualche cantuccio a proprio rischio… oppure dovrà aspettare la corsa successiva, che però nessuno garantisce sia meno intasata. Perchè chi il posto ce l’ha preferisce tenerselo caro e non lo cede neppure quando arriva a destinazione e così continua il viaggio rifacendosi due o tre capolinea di seguito. Con l’avvicendarsi di scatti e scossoni i passeggeri non allacciati ondulano in longitudinale, sballottano in laterale, sussultano in verticale e spesso stramazzano l’uno sull’altro alla maniera della frittata. È fortunato chi, gironzolando per aria, non riatterra con la testa in giù. Ma neanche gli allacciati sono esenti da strozzamenti toracico-polmonari o da strappi cervicali secondo la morsa più o meno stretta delle cinture e la spericolatezza della guida. Quando va bene si scende con semplici ammaccature e contusioni, occhi bluastri e nasi sanguinolenti;
quando va peggio può succedere di tutto. Per fortuna ogni fermata è munita di soccorso ambulatoriale attrezzato per ogni patologia, dall’ematoma alla frattura, alla commozione cerebrale. Eppure i tamburini sono contenti, partono consapevoli di ciò che li attende, ma certi di arrivare. Per attutire preventivamente gli urti unità sanitarie provvedono poco prima di ogni corsa a spalmare faccia, arti e abiti dei passeggeri di olii densi e pomate vischiose; i capolinea dispongono anche di cabine con massaggiatori specializzati e, a scopo promozionale, con massaggiatrici curvilinee. Lubrificati vengono anche le fiancate e il pavimento dei pullman, con la conseguenza però che con gli sballottaggi olii e pomate si trasformano in panna spumeggiante e il tutto in frullato cremoso; e i passeggeri in volo libero si rassegnano con un sorriso a diventarne ingredienti. Ad onore della politica va detto che per ridurre l’effetto- poltiglia il sindaco col sostegno anche dell’opposizione ha provveduto tempestivamente, già un mese dopo l’introduzione dei pullman, ad eliminare i semafori che una volta erano stati installati agli incroci principali per regolare il traffico di carri a mulo, carrozze a cavallo e pedoni; consistevano in frecce eoliche direzionali con stop alterni ed erano serviti a evitare che questioni formali di precedenza degenerassero, come talvolta accadeva, in vertenze d’onore e litigi violenti. Con l’arrivo della motorizzazione l’autorità municipale ritiene ora che sia meglio rischiare scontri mortali tra veicoli piuttosto che sottoporre i passeggeri a supplizi sistematici per via delle frenate d’arresto davanti ad ogni semaforo. Rientrando dall’America un tamburino avventuroso racconta ai compaesani d’aver visto sull’altra sponda dell’Atlantico circolare tra palazzi edificati l’uno sull’altro autobus e automobili che,
Dio sa come, accelerano e frenano in forma dolce – persino ad ogni incrocio secondo le indicazioni impartite da semafori luminosi, una specie di lampioni variopinti intermittenti. Stando ai meccanici di Tamburo, la cosa sarebbe tecnicamente impossibile e la loquacità del compaesano americano viene bollata di megalomania. E così il racconto inverosimile rientra tra le trovate più divertenti, un pò come la leggenda di chi va su Marte a dialogare con i marziani, ai bordi del sole per la tintarella, alla soglia di un buco nero per l’eterna giovinezza. Più il tamburino “americano” ricorre ad aneddoti per rendere convincente la sua esperienza, più tende a passare per il matto del paese… fino a diventarlo davvero. E così nessuno crede più al fatto che sia stato in America; finisce col dubitarne anche lui, rassegnato al ruolo di un clown chiacchierone, e ogni cosa si risolve in risata. Ne ridono anche i compaesani più malconci, fasciati e incerottati per l’uso eccessivo dei pullman, che però sfilando con i loro colori e riflessi metallici danno a Tamburo e dintorni un tocco di modernità, da cartolina turistica. Le contusioni quotidiane e il resto attivano la creatività dei tamburini che, esclusa a priori la possibilità di ammorbidire frenate e accelerazioni, si affina in ogni altro ambito. Brunetto, ad esempio, già noto per le trovate geniali, fa la sua nuova invenzione partendo, come tutti i grandi, da ovvietà elementari. La prima evidenza è che i gas che espelliamo con gli scorreggi sono infiammabili. La seconda è che il nostro sedere, come quello di altri mammiferi, ha una struttura simile all’estremità dei missili, con la prerogativa di essere più perfetta perché muscolare; von Braun avrebbe sognato per i suoi razzi valvole e ventose così contrattili e flessibili. Brunetto pensa quindi di combinare quel sistema anatomico con gli umori intestinali per una veloce autolocomozione umana.
Il primo problema da superare è come evitare che il fuoco scotti. Brunetto lo risolve applicando un prolungamento metallico con isolante e lasciando allo sfintere naturale la fuoriuscita regolata del carburante per l’opportuno risparmio in caso di minor bisogno. Per aumentare la produzione di carburante nell’intero apparato intestinale Brunetto, assistito da luminari della chimica alimentare, crea una caramella squisita a base di menta e magnesio, di cui è possibile cibarsi a piacere senza spiacevoli effetti collaterali. Consigliabile resta anche un’alimentazione vegetale a base di cavoli e fagioli. Sotto quella spinta mediante la meccanica della reazione parecchi uomini (e donne) scorrono per le strade su pattini a rotelle e le opportunità di uso su larga scala si prospettano esaltanti. Presto si potrà fare a meno dell’auto, almeno in città, con evidenti vantaggi economici ed ambientali. Inevitabile sarà solo il puzzo da cloaca, ma che l’abitudine dovrebbe rendere meno sgradevole. Quel puzzo in fondo – commentano gli umanisti del paese – è lo stesso che da sempre ci appartiene e ognuno di noi se lo porta con sè anche quando tende a coprirlo con coltri di profumi e deodoranti. Se poi non basterà l’amore della natura a farcelo accettare, si potranno scoprire degli additivi per caramelle all’aroma di rosa e ciclamino. È superfluo aggiungere che prima o poi Brunetto riceverà onorificenze di ogni tipo per il contributo all’ecologia e allo sviluppo. Ma neanche per i veicoli umani si pensa sia possibile intervenire sul problema del dosaggio dell’accelerazione e della frenata, che a Tamburo sembra come quello della quadratura del cerchio. Accanto ad ogni uomo a reazione ce ne saranno tanti altri a sfrecciare e gli scontri saranno inevitabili. E poiché nessuno pensa di spostare le case dai centri abitati e gli alberi dai bordi delle strade, prima o poi saranno parecchi ad andare a sbattervi per rompersi l’osso del collo. Ma a Tamburo tutti
sanno che il progresso ha un prezzo e i “progressisti” sono felici di pagarlo. Post scriptum: Non consideratemi un inventore di frottole. La locomozione tamburina l’ho vista veramente, anche se qui ho solo addomesticato la forma. Mario Tamponi