Mario Tamponi  Zurück Copyright © 2018 Mario Tamponi - www.europress-berlin.de 1 ITALO CALVINO FRA REALTÀ E FANTASIA IRONICA “Un prigioniero che evade mi è simpatico” Intervista di Mario Tamponi (1981) Italo Calvino è uno dei grandi classici della letteratura contemporanea; certamente avrebbe meritato il Nobel. Nato a Cuba nel 1923 e cresciuto in Liguria, a Sanremo, ha vissuto poi con la moglie e la figlia a Castiglione vicino a Roma. Durante la seconda guerra mondiale ha combattuto da partigiano; nel PCI ha militato fino alla rivolta ungherese del ’57. La sua prima opera – „Sentiero dei nidi di ragno“ – risale al 1947 e rientra nel realismo politicamente impegnato. I romanzi „Il visconte dimezzato“ e „Il barone rampante“ (quest’ultimo del ’57) inaugurano una nuova tendenza: la fantasia si fonde con la realtà e la trasforma.  L’impegno morale dello scrittore si esprime in una ironia amena e raffinata. Ma, mentre la fantasia non conosce limiti, la realtà resta quella che è, e una soluzione ai suoi problemi egli non può nè vuole darla. „Il mondo deve diventare più umano e abitabile, ma non mi chieda come, perchè non lo so“, mi ha detto Calvino quando l’ho incontrato nell’autunno del 1981 al „Literarisches Colloquium“ di Berlino. Allora in Italia era consuetudine che scrittori autorevoli commentassero avvenimenti di attualità sulla terza e prima pagina dei quotidiani. Come Pasolini e Moravia, anche Calvino l’ha fatto spesso, ma con riserva. „Personalmente“ – mi ha confidato – „mi pesa svolgere la funzione del prete che i giornali richiedono agli scrittori. Forse si dovrebbe sottolineare chiaramente la differenza tra il linguaggio della letteratura e quello del potere. Io sarei per il ritorno dello scrittore nel regno della letteratura“.    Nel Calvino intellettuale uscito dalla Resistenza c’è chi intravede un senso di colpa e di impotenza rispetto alla nuova realtà politica. È così? 2 CALVINO: La nuova realtà italiana è molto difficile da capire: spesso taccio perchè non la capisco. Non so quindi fino a che punto possa avere un senso di colpa.  Gli italiani hanno imparato qualcosa dalla guerra e dal fascismo?   CALVINO: Certo, moltissimo. Si muovono secondo certe direzioni e ne scartano delle altre perchè sanno che queste le hanno già percorse e percorrendole sono precipitati nella rovina.  Che cosa ha rappresentato per Lei l’uscita dal PCI dopo la rivolta ungherese del ’57? Ci ha ripensato più tardi?  CALVINO: Per me l’uscita dal PCI ha voluto dire vedere le cose meno emotivamente di prima. Non poteva esserci quindi alcun ripensamento. In effetti considerare la realtà da un punto di vista di partito non si addice al mio temperamento.  La Sua tendenza a trasfigurare i fatti storici nel fantastico e nel surreale La espone talvolta alla critica di “disimpegno politico”. Ma Lei si considera un autore “impegnato”?  CALVINO: La prova migliore dell’infondatezza di una critica letteraria che vuole cercare un contenuto politico in tutte le opere, cioè anche in quelle di genere non politico, è il fatto che questo tentativo quasi sempre fallisce. Tuttavia anche le mie opere che sembrano più lontane dai temi dell’attualità hanno suggerito o possono suggerire considerazioni politiche. Sono infatti un uomo che vive nel nostro tempo anche se organizzo la mia fantasia secondo leggi interne al materiale fantastico.  Ma il Suo mondo fantastico non è anche evasione dalla realtà?   CALVINO: Per quasi tutta la mia vita ho sentito pronunciare il termine “letteratura d’evasione” come una condanna. Ma in fondo un prigioniero che evade mi è simpatico. Per chi è prigioniero il desiderio di evadere è legittimo; anche l’evasione è una risposta, un giudizio sulla prigione. All’evasione insomma io attribuisco un significato attivo. Altra cosa è la mistificazione che maschera la realtà facendola più bella di quella che è. Ma l’evasione, dove la realtà resta quella che è e si cerca di inventare un qualche cosa di diverso sapendo che si tratta di una creazione fantastica, ha per me un significato positivo. 3 Quale funzione attribuisce alla Sua letteratura ironico-fantastica nella nostra società così carica di tragedie e di contraddizioni?  CALVINO: Il fatto che la mia letteratura sia nata in questa società è la prova che questa società l’ha resa possibile. Penso poi che oggi solo una letteratura ironica riesca a far fronte al tragico del mondo in cui viviamo. Non possiamo puntare sul sublime o sul tragico in quanto le tragedie in cui siamo immersi sono più forti e dimostrerebbero la futilità del nostro linguaggio.  Nelle Sue “storie cosmocomiche” si è servito di dati e citazioni scientifiche per trarne delle associazioni proprie da vita quotidiana. Invece di umanizzare il cosmo in questo modo non sarebbe meglio lasciarlo nella sua lontananza e irraggiungibilità?  CALVINO: È una critica legittima. Anche un mio amico poeta, Andrea Zanzotto, m’ha detto che non dovevo prendermi questa confidenza con il cosmo. Ma la realtà è un’altra. La scienza di oggi non crea più immagini, si pone al di là dell’immagine e apre un mondo completamente astratto. Partendo da spunti che avevo trovato su trattati di scienza moderna io ho cercato di ritrovare la possibilità di creare dei miti cosmologici primitivi. Nello stesso tempo volevo sfuggire a una certa magniloquenza del cosmico, ritrovare il cosmico attraverso un linguaggio comune, attraverso dei segni della vita quotidiana. Non so se ci sia riuscito, ma questo era il mio proposito.  Nella Sua opera appare sempre più evidente l’affinità con Borges...   CALVINO: Borges è stato per me di un’importanza straordinaria. La sua lettura mi è servita a mettere in luce delle cose che però erano già nel mio gusto, nella tendenza della mia immaginazione. Mi lega a Borges l’ammirazione per certi autori inglesi, ad esempio per Stevenson, Kipling e Chesterton, che mi piacevano ancor prima di leggere Borges. Naturalmente io vengo da un’altra storia, quella di un giovane europeo ch’è stato un pò figlio della seconda guerra mondiale, e sono partito anche con delle coordinate culturali molto diverse. Però come Borges io amo in genere gli autori che nel fantastico hanno il gusto della geometria mentale, e cerco di appartenere a questa costellazione.
CALVINO: Quello che mi attira di più nelle “Mille e una notte” – un libro che ha affascinato e ispirato Vittorini fin dalla sua giovinezza – è quel senso di proliferazione di storie, di storie che nascono da altre storie. Nel mio romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, che riflette la vita odierna da parecchi punti di vista, contemporaneamente, ho cercato anch’io di dare il senso a molte storie che si diramano l’una dall’altra pur conservando una reciproca parentela. Proprio come nelle “Mille e una notte”, dove si legge sempre una storia diversa ma con l’impressione di continuare a leggere quella di prima. Sente familiare anche il mondo fantastico di Alberto Savinio? CALVINO: Amo molto Alberto Savinio. Quando era vivo veniva considerato un autore piuttosto marginale; oggi si scoprono in lui una grande personalità e un sistema di pensiero. Savinio però, che dà il meglio di sè in raccolte che sono uscite postume, dice la sua in modo molto libero. Egli non aveva cioè il problema – che io ho sempre dovuto affrontare – della forma narrativa. Scrivere un nuovo libro significa per me costruire una nuova forma di racconto. Savinio quindi è un altro autore, appartiene ad una generazione diversa. Mentre in tutte le Sue opere la fantasia si rifà in qualche modo alla realtà, che è aperta e offre molte possibilità, nel “Castello dei destini incrociati” parte invece da un sistema chiuso dove tutti gli elementi hanno un posto ben preciso, come nel gioco dei tarocchi. Si tratta di una nuova linea narrativa? CALVINO: Il “Castello dei destini incrociati” ha rappresentato per me un’esperienza singolare: in esso ho sfruttato le possibilità narrative di un sistema dato, chiuso. Mi hanno affascinato parecchio gli elementi figurativi: figure abbastanza complicate che ogni volta potevo interpretare in un altro modo. Per un certo periodo ho accarezzato l’idea di scrivere un libro, un sistema di racconti, utilizzando le incisioni di Dürer, le allegorie più complicate come la Malinconia, la Fortuna, il Cavaliere e la Morte: si trattava di interpretare quelle figure non secondo la tradizione iconografica ma inventando altre storie... Ma se parte da un sistema chiuso non si pone già fuori della realtà? CALVINO: Utilizzando del materiale iconografico arcaico, uno si sente certo obbligato a esprimere una psicologia antica: il diavolo, la morte...;
nello stesso tempo però la sfida che questo punto di partenza lancia è di riuscire a parlare di oggi. Nel “Castello dei destini incrociati” credo di aver accettato in una certa misura questa sfida. Le allusioni all’oggi sono continue; anzi forse ho parlato di me stesso più in quel libro che in qualsiasi altro. Naturalmente ad un certo punto ci si stanca di un dato repertorio di segni, e così nello stesso libro dall’immagine del cavaliere di spada e dell’eremita passo ad un altro sistema chiuso, che è quello degli affreschi di Carpaccio con la storia di San Girolamo e di San Giorgio, e lo faccio diventare una sola storia. Ma in tutte queste operazioni, ripeto, il riferimento all’oggi e alla sua morale è continuo. Mario Tamponi