Mario Tamponi Zurück
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Immigrazione e schiavismo L‘Europa nella retorica Le migrazioni dall’Africa degli ultimi anni sono un esodo drammatico per i profughi, una catastrofe per l’Europa con l’incapacità di affrontarle. Le cause sono guerre, dittature, corruzione, carestie, miseria; ma quel flusso incontrollato genera spesso reazioni confuse fino al fanatismo xenofobo. Per liberare il campo da equivoci bisogna premettere che il razzismo è irrazionale, regresso civile, analfabetismo ideologico, in pieno contrasto con l’ispirazione cristiana e illuministica della nostra tradizione culturale. L’istituzione Europa, interamente orientata allo sviluppo economico capitalconsumistico e alla coesistenza per interesse di nazioni tradizionalmente belligeranti, ha colpevolmente trascurato di tematizzare la sua identità ideale e di farne il proprio fondamento costituzionale. Il principio etico, diventato anche kantiano e universale, della „dignità inviolabile“ dell’uomo (individuale e sociale) è formalmente contenuto nella costituzione di qualche paese come la Germania e nella Carta delle Nazioni Unite, ma non in quella inesistente dell’Unione Europea. Soprattutto a questo vuoto di coscienza sono da ricondurre l‘odierna debolezza e vulnerabilità del vivere europeo nel mondo. Il nostro filosofo Benedetto Croce, laico, aveva magistralmente evidenziato l’anima cristiana come ispiratrice della nostra cultura occidentale in tutto il suo percorso: dall’economia feudale alla contemplazione monastica, dall’umanesimo rinascimentale allo sviluppo delle scienze naturali, dall’illuminismo al comunismo e all’esistenzialismo, dalla metafisica concettuale al simbolismo linguistico. Quell’anima la ispira anche quando si parla di „oppio del popolo“ (Marx) o di „morte di Dio“ (Nietzsche). Si tratta del nostro tessuto tematico, logico e linguistico, dell’orizzonte della nostra creatività e curiosità esplorativa, della fantasia artistica, della centralità dell’uomo, fatto ad immagine dell’Assoluto, in un universo che si espande nello spazio e nella bellezza. Il mancato riconoscimento istituzionale di questa identità comune da parte dell‘Unione Europea già nel suo nascere è stato determinato dalla resistenza di certi partiti politici in nome di un falso laicismo. Falso perchè è un fatto che il vero spirito cristiano non ha nulla a che fare col potere clericale, che semmai è abuso e negazione; oggi papa Francesco richiama con insistenza clero e gerarchia ecclesiastica alla vocazione di puro servizio contro ogni tentazione di corporazione e casta. Nello spirito il cristianesimo è povertà e disarmo, dinamica di libertà; e nella politica è laicità, cioè uguaglianza, dialogo con gli altri, solidale con tutti, eticità istituzionale. Orfana di memoria, l‘Europa liberal-mercantilistica tende a ignorare la propria anima. Non impara neppure dalla storia e dalla geografia del pianeta; basterebbe considerare il modello del popolo ebraico per capire come una forte identità (mitico-religiosa) può essere – persino nella dispersione da diaspora – il collante di una solida realtà sovrannazionale che accomuna tutti, credenti e non-credenti presunti, e vive nel tempo all’interno di ogni altra cultura. Oggi l‘Europa istituzionale, senza riferimento identitario, soffre persino di complessi di inferiorità, della paura di essere aggredita e sovrastata dalla cosiddetta invasione di popoli e culture, che altrimenti potrebbe essere incontro proficuo, motore di sviluppo e di futura civiltà. Erroneamente si pensa che la nostra identità „aperta“, anche se fosse più consapevole, sarebbe comunque perdente rispetto a movimenti monolitici tendenzialmente dogmatici e fanatici. E invece nel nostro umanesimo proprio quell’apertura, da intendere come sublime vocazione all’universale, potrebbe essere il vero punto di forza in ogni incontro umano e razionale. Nell’incontro tra culture l’identità prevale sulla non-identità, solo l’identità paritaria consente dialogo e crescita. Mentre nel passato singoli stati europei di forte identità hanno diffuso la loro cultura nel mondo, oggi quegli stessi stati, agglomerati nell’Unione Europea senza identità, rischiano l’estinzione. Non è mai troppo tardi per rimediare - dentro, non fuori l’Europa! - anche se col passare del tempo, col crescere dell‘amnesia anche tra i maestri, un colpo di scena diventa sempre più improbabile. Senza identità consapevole e coltivata l’Unione Europea continuerà a barcollare come colonia culturalmente dipendente e marginale. Da organismo economico- monetario non potrà mai diventare un vero soggetto, la confederazione di stati con un vero parlamento e un governo centrale che a parole anche i burocrati dicono di auspicare. E sarà incapace di confrontarsi con le sfide del mondo, come appunto con i grandi flussi immigratori: le mancano una precisa collocazione, il senso delle priorità, la determinazione, l’istinto di futuro. Potrà accontentarsi di un certo benessere economico e di una pace stagnante, limitarsi a banali fobie e buonismi, ognuno con i propri, non comunicanti se non con slogan o insulti per apparire pensanti. E senza scrupoli continuerà a favorire nella scuola e nella formazione dei giovani l’agonia della sua storia, della sua filosofia e poesia… e ad incrementare nel vuoto culturale luoghi comuni ed ipocrisie morali. Dovremmo piangere le tragedie delle imbarcazioni che affondano nel Mediterraneo, ma per averne il diritto dovremmo anche riconoscere che quelle migrazioni, certamente di disperati, sono per lo più organizzate e forzate da trafficanti che prelevano sistematicamente moltitudini dai loro paesi d‘origine e continuano a ricavare ingenti profitti dal trasporto brutale attraverso il deserto, dalla traversata avventurosa e dall’approdo casuale, dal successivo sfruttamento lavorativo, dalla dipendenza per nullatenenza. Sono organizzazioni che operano indisturbate, sostenute anche da nazioni con cui l’Europa dice di intrattenere rapporti diplomatici. È ovvio che i naufraghi vanno soccorsi in mare, ma limitarsi a questo significa incoraggiare e premiare l’attività dei loro aguzzini. È altrettanto doveroso intervenire energicamente molto prima per impedire che quelle vittime silenziose vengano abusate, torturate e intasate in fragilissimi gommoni con la violenza e l’inganno. Tutti gli autori di questo scempio alle nostre porte andrebbero stanati e disarmati dall’Europa e dall’ONU con adeguate forze militari e perseguiti per i loro crimini contro l’umanità. La nostra coscienza umanistica dovrebbe esigere che l’Europa soccorra i popoli dei paesi vicini in difficoltà, innanzitutto in patria, ma accolga anche i profughi nel numero del possibile, gestisca i flussi senza mai subirli, per ridurre l’illegalità e la clandestinità. L’Europa ha il sacrosanto dovere di concordare con i paesi di provenienza e di transito rapporti di trasparente cooperazione, con le risorse necessarie, magari da sottrarre alle spese militari fuori controllo. Dovrebbe farlo a partire da subito, con operazioni concrete, non con le parole dei buoni propositi della finzione propagandistica. Limitarsi a salvare i profughi in mare è ipocrisia politica. Dovrebbero capirlo anche certe organizzazioni umanitarie, che nel caos dell’emergenza tendono ad appropriarsi di un ruolo qualsiasi. Ancora. Per rendersi credibile l’Unione Europea ha il sacrosanto dovere di considerare come propri i confini dei paesi membri di approdo, di assumersene la gestione mediante uffici e strutture per il primo soccorso, per l’identificazione di tutti, per la scoperta di eventuali infiltrati, per la ripartizione tra i paesi europei secondo le richieste e le reali disponibilità, per i rimpatri per mancanza di requisiti. L’accoglienza dovrebbe garantire legalità e sicurezza. E per essere umana dovrebbbe poter offrire l’alloggio, l’integrazione linguistica, l‘addestramento lavorativo, l’assistenza necessaria. Bisogna impedire che i profughi vengano abbandonati al vagabondaggio, alla criminalità, soprattutto in paesi già aggravati da problemi sociali, da alti tassi di disoccupazione e di mafia. L’accoglienza senza regole è il contrario della solidarietà. L’Europa ha un compito importante e ineludibile da svolgere, per la doverosa cooperazione internazionale, ma anche per il proprio futuro, soprattutto per quello dei paesi membri in minaccioso declino demografico. Mario Tamponi